FARE DOMANDE
E’ una delle abilità fondamentali di un facilitatore. Il tipo di domande cambia nelle diverse fasi del lavoro di un gruppo. Le domande si possono distinguere in due categorie: quelle aperte e quelle chiuse.

Le domande aperte sono particolarmente utili per capire quali siano le idee, le opinioni e le reazioni delle persone. Inoltre spingono il gruppo a pensare. Iniziano quasi sempre con “Cosa”, “Come”, “Quando”, Dove”, “Chi”, più raramente e contrariamente al linguaggio comune, con “Perché”. Eccone un paio di esempi:

• “Come possiamo migliorare questa situazione?”
• “Cosa ne pensano gli altri?”

Le domande a risposta chiusa sono invece utili per concludere una discussione, comprendere il grado di consenso che si è creato nel gruppo e passare ad una fase successiva di lavoro. Anche in questo caso è utile fare qualche breve esempio:

• “Siete tutti convinti che questa sia la scelta migliore?”
• “Abbiamo parlato di tutti gli aspetti importanti della questione?”


REINDIRIZZARE LE DOMANDE
Il gruppo, soprattutto nelle fasi iniziali, tende a chiedere al facilitatore quale sia la sua opinione oppure a parlare rivolgendosi a lui invece che agli altri partecipanti. Girare le domande che si ricevono dai singoli verso il gruppo incoraggia il dialogo e spinge le persone a pensare più approfonditamente. Inoltre chiarisce che la responsabilità del lavoro è nelle mani del gruppo stesso e non in quelle di chi facilita.

Ecco alcuni esempi di come si possano riportare al gruppo le domande che si ricevono:

• “Visto che la decisione che prenderete avrà effetto su di voi e non su di me, credo che la vostra opinione sia più importante della mia. Vorrei quindi rivolgere la stessa domanda a tutti voi”
• “Domanda molto interessante! Cosa ne pensa il resto del gruppo?”

Con il proseguire del lavoro il gruppo inizierà a rivolgere sempre meno domande al facilitatore ed il dialogo sarà fra i componenti stessi, che si scambieranno idee e riusciranno a meglio comprendere i rispettivi punti di vista.


PARAFRASARE
Ripetere con proprie parole un concetto già espresso da una persona del gruppo è utile per due fondamentali ragioni:

• Controllare se noi stessi abbiamo afferrato il concetto
• Assicurarsi che il resto del gruppo abbia compreso a pieno


SOTTOLINEARE ED EVIDENZIARE I COLLEGAMENTI
Quando un membro del gruppo ha difficoltà ad esprimere un pensiero piuttosto complicato oppure tende a parlare di più cose contemporaneamente, è bene intervenire. Nel primo caso per aiutarlo a formulare la sua idea e renderla comprensibile agli altri, nel secondo per focalizzare l’attenzione su di un argomento per volta.
Ma attenzione: nel parafrasare non si deve mai cambiare il senso di ciò che è stato detto. E’ importante rispettare ciò che la persona sta dicendo, per aiutarla a chiarire il proprio contributo.

Quando ci si accorge che una persona sta esprimendo un concetto simile o collegato a qualcosa che un altro aveva detto prima, è utile evidenziarlo. Citare un’idea o un commento che era stato fatto precedentemente, fa in modo che le persone si accorgano di essere ascoltate attentamente. Questo, oltre che ad accrescere la loro fiducia in chi facilita, le fa sentire parte del gruppo, perché capiscono che le loro opinioni sono importanti quanto quelle degli altri.

L’uso dei collegamenti alimenta inoltre il dialogo fra i partecipanti del gruppo. Ciò è particolarmente vero quando le persone si accorgono di aver detto cose simili: collegandole essi possono cominciare a dialogare più approfonditamente, magari costruendo qualcosa di condiviso, o al contrario scoprire che stanno utilizzando termini simili per parlare di cose sostanzialmente diverse.


RIASSUMERE E PASSARE ALL’ATTIVITÀ SUCCESSIVA
Alla fine di una fase di lavoro è molto utile riassumere i punti che sono emersi per tirare le fila del discorso e renderlo più chiaro sia al facilitatore che al gruppo.
Quando si fa ciò occorre essere chiari e sintetici, entrare troppo nel dettaglio potrebbe riaprire delle discussioni che erano già state approfondite in precedenza. Inoltre non si devono mai aggiungere le proprie opinioni o cercare di usare questo momento per pilotare la direzione dei lavori.

Una buona alternativa può essere quella di chiedere a qualcuno del gruppo di riassumere, senza però costringere nessuno:

• “C’è qualcuno che vuole riassumere ciò che è stato detto finora?”

Dopo aver fatto questa domanda, è opportuno attendere ed osservare le reazioni del gruppo. Se si capisce che nessuno se la sente, occorre che il facilitatore riassuma. Dopo il riassunto il gruppo è pronto per passare ad una nuova fase di lavoro.


INCORAGGIARE LE PERSONE
Molte persone trovano difficoltà nel partecipare attivamente al gruppo. Alcuni hanno paura di essere giudicati, altri non vogliono sembrare irrispettosi verso chi la pensa diversamente, altri ancora possono essere intimiditi dagli altri partecipanti.

In questo casi occorre incoraggiare le persone. Ciò può essere fatto in diversi modi. Il linguaggio del corpo, ed in particolare il contatto visivo, può ad esempio essere utilizzato per invitare le persone a contribuire ai lavori del gruppo. Il commentare in senso positivo ciò che è stato detto può aiutare il coinvolgimento e la partecipazione attiva delle persone al gruppo.


FAVORIRE L’EMERSIONE DI POSIZIONI DIVERGENTI
Anche se un gruppo sembra essere d’accordo su un dato argomento, probabilmente qualche partecipante non lo è. In una situazione come questa non è per niente facile esprimere un’opinione in controtendenza. Probabilmente quel qualcuno preferirà tacere. Qui interviene il facilitatore, che deve fare in modo che i punti di vista differenti o contrastanti emergano prima che decisioni importanti siano prese.
A tal fine egli utilizza delle domande per sondare il terreno:

• “Questo sembra essere un punto molto importante, siamo sicuri di essere tutti d’accordo?”
• “Tutti sembrano essere d’accordo. Qualcuno pensa che stiamo tralasciando delle opinioni differenti?”


INDAGARE ED APPROFONDIRE
Quando qualcuno sta parlando è a volte utile aiutarlo a chiarire ciò che sta esprimendo. E' necessario spingerlo a parlare più di quanto farebbe, aiutando gli altri componenti del gruppo ad approfondire il contributo che da quella persona sta venendo.

Il linguaggio del corpo, combinato con l’uso di domande aperte, aiuta il facilitatore in questo compito. Il guardare la persona costantemente negli occhi, l’annuire con la testa, l’ascoltare in silenzio incoraggiano le persone a continuare a parlare.

L’uso di domande aperte come “Cosa ti fa pensare questo?, “Potresti essere un po’ più specifico?”, “Puoi per favore fare un esempio?” le aiutano a dettagliare ciò che stanno dicendo arricchendolo di particolari che altrimenti resterebbero sottintesi.


COINVOLGERE I PARTECIPANTI MENO ATTIVI
In ogni gruppo sono presenti delle persone che tendono a contribuire meno degli altri al lavoro. Ciò può avvenire per diversi motivi. Pensano di non avere nulla da dire, sono intimiditi dal fatto di dover parlare davanti agli altri, credono che sia poco educato intervenire in una conversazione senza che nessuno gliel’abbia chiesto, non si sentono parte del gruppo. Il compito del facilitatore è fare in modo che i membri meno attivi superino le loro difficoltà e contribuiscano al lavoro. Esistono alcune tecniche che aiutano a svolgere questo compito:

• Fare delle domande dirette alle persone meno attive, magari chiamandole per nome;
• Chiedere a tutti i componenti del gruppo di rispondere ad una certa domanda;
• Dividere il gruppo in piccoli sottogruppi. I “timidi” avranno così più possibilità di esprimere la loro opinione.

Sebbene sia importante ricordare che raggiungere una situazione di partecipazione totalmente bilanciata è praticamente impossibile, è opportuno sottolineare che il facilitatore ha comunque la responsabilità di offrire a tutti gli stessi spazi di partecipazione.

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